Billie Holiday

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Billie Holiday Nasce con il nome di Eleanor Fagan

“Aveva dovuto lottare una vita, e la gente odia i lottatori” (Josh White, cantante e chitarrista).

Inizia così la leggenda della cantante maledetta che cambiò il jazz entrando dalla porta di servizio, per la quale ci vollero 44 anni per diventare una voce leggendaria della musica jazz.

Come tutte le dive, la data di nascita non è certa: secondo alcuni è il 1915, secondo altri il 1912.

Il padre, Clarence Holiday, era un giovane musicista jazz (chitarra e banjo); incontra la madre, Sadie Fagan, quando lei ha solo 13 anni, la mette incinta, non la sposa e la lascia quando Billie (vero nome Eleanora Fagan Gough) è nata da poco.

Billie se la lega al dito e, diventata famosa, rifiuterà sempre di cantare a fianco del padre.

Mamma e figlia si trasferiscono a New York nel 1927. È un periodo difficile per chi non ha denaro: siamo in pieno proibizionismo (quando i gangster facevano denaro gestendo la vendita clandestina di alcool) e, soprattutto, siamo a due anni dalla Grande Depressione (quando anche molti ricchi diventano poveri, figuriamoci i poveri).

Billie fa parte dei poveri e tempo pochi anni inizia a prostituirsi, in cerca di entrate extra per sé e per la madre. Per fortuna riesce anche a cantare nei club e nei locali che vendono alcool clandestinamente.

Le difficoltà sono tantissime, anche perché tutti i suoi contratti discografici sono delle vere e proprie truffe, che non le permetteranno mai di raggiungere davvero una stabilità economica.

E poi c’è la questione della discriminazione: è una diva celebre in tutto il mondo, ma trascorre interi tour a dormire dove capita insieme ai suoi musicisti, perché gli alberghi non accettano ospiti neri.

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Billie Holiday è stata e sempre sarà un simbolo della solitudine: una vittima dell’american way of life come donna, come nera e come cantante jazz. Per la società bianca tutto questo voleva dire essere l’ultima ruota del carro.

A proposito di razzismo, il suo pezzo più famoso è sicuramente Strange fruit sui neri impiccati, che sconvolse il pubblico (bianco) che andava a sentire i neri cantare nei locali di Harlem.

Billie Holiday vede sempre il bicchiere mezzo pieno. E poi, per non sbagliare, lo svuota in un sol sorso e se ne versa un altro, possibilmente liscio e doppio.

Durante la guerra, Billie divenne un’istituzione nella Cinquantaduesima strada ovest, la ‘Strada dello swing’, dove il jazz impazzava in un gran numero di mitici club, che in realtà erano poco più che cantine rimesse a nuovo. La lista dei musicisti leggendari con cui cantò va da Coleman Hawkins a Art Tatum, Errol Garner, Nat Cole, Dizzy Gillespie, Red Norvo, Cozy Cole e Johnny Guarnieri.

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Dalle parole di Tony Scott, riportiamo una toccante immagine della cantante:

“Solo due donne nella mia vita non mi hanno mai offeso: mia madre e Billie Holiday. Tutti ascoltano i dischi di Billie, tutti conoscono il suo nome. rappresenta la “vittima”.

La sua voce tocca chiunque, anche chi non capisce le parole, perché il suo canto nasce direttamente dall’anima. L’anima di un essere umano molto profondo, che capisce la tristezza, la felicità, la solitudine, il successo e che fu sempre destinata ad avere un no good man a fianco, un buono a nulla”.

La ricordiamo con queste sue parole:

“Abitavo in un paese così piccolo che non avevamo neanche lo scemo del villaggio. Dovevamo fare a turno.”

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Anche l’ultimo di noi può diventare un Angelo, regalando al mondo la sua arte senza prezzo e fuori dal tempo.

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